La fucina, di proprietà
della famiglia Gadaldi, era specializzata nella realizzazione di manufatti in ferro
battuto e nella riparazione e affilatura di lame.
Sono usciti da qui, grazie
alla perizia del Giuàn di feré e dei suoi predecessori, migliaia di pezzi
forgiati con il maglio e il martello, in alcuni casi anche abilmente cesellati. Gli
attrezzi prodotti erano destinati prevalentemente agli abitanti di Castello
dellAcqua e del circondario, specialmente ai contadini.
Nel corso della seconda
metà di questo secolo i mutamenti del tenore di vita delle nostre popolazioni sono stati
rapidi e radicali. Attraverso un irreversibile processo di trasformazione, dovuto a
molteplici cause, la maggioranza dei contadini ha abbandonato agricoltura ed allevamento
per dedicarsi ad attività meno faticose e più remunerative. Nuove tecnologie industriali
si sono evolute per la produzione di attrezzature di ogni genere, fra le quali anche
quelle realizzate fino ad allora in modo artigianale. In conseguenza di ciò anche il
lavoro nella fucina è diminuito sensibilmente fino alla completa cessazione
dellattività, che ha determinato il definitivo abbandono delledificio e degli
impianti ad esso connessi.
Nei confronti del patrimonio
etnografico spesso ci comportiamo come eredi un po distratti e frettolosi. Per
fortuna ciò non è avvenuto in questo caso: la Comunità Montana Valtellina di Sondrio ha
sostenuto liniziativa e lonere economico di curare il restauro
delledificio, considerato luogo della memoria e della fatica, ma anche della
creatività e dellimpegno artigiano.
La fucina è stata così riconsegnata alla
comunità come testimonianza di industria rurale, ma non solo: essa è ancora
frequentata e vi si lavora. Insomma: è viva e la sua storia continua.