La desertificazione è un fenomeno di degrado del suolo delle zone aride, semiaride e subumide, risultante da vari fattori, inclusi i mutamenti climatici e le attività umane. In pratica si tratta di un processo di progressiva riduzione della capacità degli ecosistemi di sostenere la vita animale e vegetale.
La desertificazione è stato uno dei primi fenomeni di dissesto ambientale di portata mondiale a essere riconosciuto e la formalizzazione di questo riconoscimento è avvenuta in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sulla Desertificazione tenutasi a Nairobi nel 1977. A partire dal 1984, anno della sua fondazione, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) ha promosso e coordinato varie iniziative volte a tamponare il problema e, in base ai dati pubblicati da questo organismo e aggiornati al 1992, in tutto il mondo 3590 milioni di ettari (35,9 milioni di km2) di territorio sono soggetti a questo fenomeno. Stando ai dati forniti dal Worldwatch Institute, per effetto della desertificazione vanno persi ogni anno 24 miliardi di tonnellate di terra coltivabile.
Cause e caratteristiche della desertificazione
L’eccessivo sfruttamento dei terreni da pascolo è una delle cause principali della desertificazione: quando il carico di bestiame è superiore a quello che i pascoli possono sostenere, ha inizio il degrado del territorio. Alle specie vegetali perenni si sostituiscono presto specie annuali e arbusti poco graditi al bestiame; successivamente regrediscono le specie erbacee, il calpestio degli animali distrugge quel poco che rimane e il suolo resta, così, scoperto all’azione erosiva dei venti e delle acque. In maniera quasi analoga, l’eccessivo sfruttamento dei terreni agricoli porta a un impoverimento progressivo dei terreni, che una volta esaurita la propria riserva di sostanze nutritive rimangono esposti agli agenti meteorologici e vanno, quindi, soggetti a erosione. Il processo di desertificazione può essere innescato anche dall’indiscriminato abbattimento del manto forestale o dalla cattiva gestione dei sistemi di irrigazione, che in molte regioni è causa della salinizzazione dei terreni.
I terreni che non vengono lasciati "riposare" (cioè che non vengono lasciati incolti o "a maggese" per lunghi periodi), quelli che vengono lavorati troppo in profondità con mezzi meccanici e quelli coltivati a monocoltura, perdono progressivamente la propria fertilità e possono andare soggetti a fenomeni di erosione. Agli inizi degli anni Trenta, vaste aree delle praterie semiaride delle Grandi Pianure, negli Stati Uniti, vennero arate in profondità per avviare la coltivazione estensiva dei cereali. Quando le Grandi Pianure, nel 1931, furono colpite dalla siccità, l’erosione eolica produsse tempeste di sabbia di dimensioni mai viste. Una catastrofe ecologica analoga si verificò negli anni Cinquanta in Unione Sovietica, in conseguenza dell’applicazione di un piano per la trasformazione delle terre vergini in terreni agricoli.
L’abbattimento delle foreste operato dalle popolazioni locali per creare spazi da destinare all’agricoltura e alla pastorizia, e soprattutto per reperire legna da ardere (pratica diffusa in molte regioni aride dei paesi in via di sviluppo), è una delle cause primarie della desertificazione di vaste aree. Particolarmente drammatico è il caso del Sahel, la regione più colpita dal fenomeno, dove il diboscamento del retroterra urbano, dovuto al bisogno di soddisfare la domanda di legna da ardere, ha portato alla quasi totale scomparsa degli alberi intorno alle città principali. La stessa sorte è toccata alle aree circostanti Ouagadougou (nel Burkina Faso), Dakar (nel Senegal) e Khartoum (nel Sudan), in questo caso l’area deforestata intorno alla città ha raggiunto un raggio di 90 km. In che misura gli interventi dell’uomo sull’ambiente siano responsabili della desertificazione di alcune regioni risulta evidente se si prende in considerazione un fenomeno quale la salinizzazione dei terreni, una "calamità", indotta dalla cattiva gestione dei sistemi di irrigazione, che interessa un quinto dei terreni agricoli dell’Australia e degli Stati Uniti, un terzo dei terreni agricoli dell’Egitto, del Pakistan e della Siria e metà dei terreni agricoli dell’Iraq.
 
Come risolvere il problema?
 
Non è facile riuscire a distinguere gli effetti prodotti sull’ambiente dalla cattiva gestione delle risorse e dalle attività antropiche, da quelli derivanti dal naturale processo di trasformazione degli ecosistemi. L’assetto dei deserti e dei territori confinanti è naturalmente soggetto a mutamenti legati all’andamento delle precipitazioni (che spesso sono molto instabili e possono variare di giorno in giorno o di stagione in stagione) e al perdurare di lunghi periodi di siccità (che spesso si protraggono anche per decenni). Nel caso del Sahel, ad esempio, non è facile stabilire in che misura il lungo periodo di siccità che ha colpito la regione a partire dagli anni Sessanta abbia concorso a determinare la scomparsa della vegetazione e il degrado del suolo. Secondo alcuni le dimensioni del problema a livello planetario sono state sopravvalutate anche a causa delle difficoltà di stimare con precisione la superficie totale messa a rischio dalle attività umane. D’altro canto, secondo alcuni il fenomeno non viene ancora preso in dovuta considerazione e viene, anzi, spesso sottovalutato dagli organismi internazionali, che solo di recente hanno cercato di proporre soluzioni concrete varando progetti di azione congiunta per il risanamento o la conservazione delle aree a rischio.
Purtuttavia, i provvedimenti per cercare di arginare il fenomeno sono spesso inadeguati e fondati su un’interpretazione errata delle forme in cui si manifesta il problema. Nell’immaginario collettivo il fenomeno viene spesso associato all’idea di dune sabbiose che avanzano, divorando aree verdi e fertili. In realtà la "sterilizzazione" dei terreni riguarda anche aree fortemente irrigate o situate a latitudini ben lontane dalle regioni desertiche. Ad esempio, il 33% della superficie dell’Europa è minacciato dalla desertificazione, mentre il 10% e il 31% delle terre italiane sono, rispettivamente, a forte e a medio rischio di erosione (dati della Commissione Europea per l’Ambiente).
Alcune iniziative hanno, comunque, effettivamente contribuito a frenare il processo di desertificazione: in alcune regioni poste ai margini del Sahara sono state, ad esempio, impiantate "cinture vegetali" formate da schiere di alberi particolarmente resistenti, e nel Sahel tale pratica ha consentito di strappare alla desertificazione 620 ettari di terreno (60 dei quali sono stati addirittura recuperati all’agricoltura) e di salvare alcuni villaggi che altrimenti sarebbero scomparsi.
Spesso, le soluzioni adottate più di recente si differenziano radicalmente da alcune impostazioni precedenti. In particolare si tende a valorizzare maggiormente ipotesi di lavoro studiate appositamente per un determinato territorio, dando maggiore rilievo al coinvolgimento delle comunità locali, al ripristino di preziose pratiche tradizionali e alla rivalutazione del ruolo delle comunità rurali per evitare il degrado del territorio. Inoltre, mentre in passato si tendeva a cercare soluzioni prevalentemente di tipo tecnico, oggi si tende ad affrontare la globalità del problema, dovuto anche alla continua crescita demografica, nonché a fattori di natura politica e socioeconomica.

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